Lettura/Cinema

I classici del cinema: Recensione di LEZIONI DI PIANO

 

LEZIONI DI PIANO

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Una bambina dai capelli castani corre sulla spiaggia, fa capriole leggera nel vento, tiene nelle mani mazzi di fiori fatti d’alghe a ingentilire i suoi movimenti. Indossa un abito bianco e l’oceano le fa da sfondo. Ad accompagnarla, un cavalluccio marino di conchiglie e la melodia di The heart asks pleasure first, tema del film composto dal Michael Nyman, suonata dalla madre seduta ad un pianoforte, ancora imprigionato dentro ad una cassa per il trasporto.


Così è la scena più ricca d’incanto di questo film del 1993, “Lezioni di piano”. Un film controverso forse perché difficile; un film profondo, scritto e diretto da una donna che parla della profondità e alle profondità del cuore delle donne. La protagonista, Ada, è intrepretata magistralmente da Holly Hunter che per questa parte ha ricevuto numerosi premi tra cui l’Oscar. A farle da comprimaria Anna Paquin, vincitrice della statuetta come migliore attrice non protagonista. Poi c’è Jane Campion, regista e scrittrice, premiata per la miglior sceneggiatura originale. Il film ha vinto anche la palma d’oro a Cannes.
Va detto che, al di là dei riconoscimenti ottenuti che sono così numerosi ed importanti, questo film si inserisce con certezza fra i capolavori della storia del cinema. E lo fa in un modo delicato e forte nel contempo, come solo certi registi sanno fare.
Ada è una giovane vedova che viene ceduta in sposa dal padre ad uomo che non conosce e costretta ad imbarcarsi con la figlia per la Nuova Zelanda. Qui vivrà all’interno di una piccola comunità puritana che sta imparando a stento la convivenza con i nativi maori. Nella compagine abbastanza classica del “noi”, i bianchi e “loro”, i maori, si colloca George Baines, uomo all’apparenza rozzo e selvaggio che invece saprà dimostrare una testarda sensibilità. Attraverso un delicato e a volte drammatico gioco i due si innamoreranno ma verranno anche scoperti dal marito di lei, esasperato dai continui rifiuti della moglie di avere con lui un’intimità e insospettito dalle chiacchiere della comunità.

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Se grossomodo la trama è questa e può sembrare non avvincente, ci sono due cose fondamentali da sapere a questo punto: Ada è muta e Ada suona il pianoforte.
E’ il pianoforte infatti la chiave della narrazione. E’ non solo il protagonista ma è la protagonista stessa. Ada esprime tutta se stessa attraverso la musica ed è da qui viene la sua disperazione quando inizialmente è costretta a lasciare il piano sulla spiaggia cui è approdata. L’unico a capirne l’importanza è George che infatti farà in modo di portarlo a casa e farsi dare delle lezioni. La materia delle lezioni, tuttavia, non sarà di certo la musica, ma Ada stessa, che affida la sua anima e il suo essere a quello strumento musicale e attraverso di esso avrà modo di farsi comprendere dall’uomo di cui si innamorerà.
E’ lo stesso pianoforte cui lei decide di aggrapparsi per farsi trascinare in fondo agli abissi dell’oceano in un momento del tutto inaspettato, quando ormai ci sembra che la storia stia andando come vorremmo, che finalmente Ada e Flora stiano raggiungendo la felicità.
Di notte penso al mio pianoforte
nel profondo dell’oceano
e a volte penso a me sospesa sopra di esso.

Laggiù tutto è così fermo, silenzioso,
che mi concilia il sonno
è una strana ninna nanna
ma è così
ed è mia.

C’è un grande silenzio
dove non c’è mai stato suono
c’è un grande silenzio
dove suono non può esserci
nella fredda tomba del mare.

Appesa a quella fune e a quel pianoforte compirà una scelta. Restarvi legata, imprigionata nel mare, oppure staccarsi dalla zavorra e rinascere a nuova vita. Non stupisce che questa nuova vita abbia origine da qualcosa che avviene nell’acqua, come avvengono, per l’appunto, le nascite.
Mi rendo conto, può sembrare un film da donne. Forse lo è. Ma sappiate che non è di certo da femminucce.
E’ forte e tenebroso, brutale, persino sudicio, pieno di fango e cupezza. Il tutto innalzato e fatto grazia dalla musica del piano, dagli occhi di Ada e dalle mani rassicuranti di George.
Consiglio a chi non lo conosce di vederlo, dedicandoci tutto il tempo che richiede e a chi lo ha visto, magari più di vent’anni fa quand’è uscito, di riguardarlo e goderselo con occhi nuovi ed accoglienti.

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Marilisa Mainardi

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